L’anno che sarà e quello che è stato

L’anno che sarà e quello che è stato
Alla scoperta di un nuovo civismo

Paolo Saggese

Orami sta diventando un appuntamento fisso, quello di “Ottostorie” con i lettori, nel riflettere sulle piccole tappe della nostra vicenda umana, scandendo eventi, episodi, momenti e tempi. E non ci sottraiamo, pertanto, oggi, che salutiamo il nuovo anno e diciamo addio al vecchio.
Il 2011 non è stato un anno facile, tutt’altro! Lo ricorderemo e passerà alla storia per alcune grandi “catastrofi”, che purtroppo sono cicliche in questi anni duemila. Lo ricorderemo, insomma, per l’anno dello tsunami tragico in Giappone e della contaminazione nucleare, ma anche dell’orgoglio di un popolo, che come sempre sa alzarsi a testa alta e mai mollare di fronte alle prove della vita: da questo punto di vista, i Giapponesi dovrebbero essere per ognuno di noi un modello umano da seguire. Lo ricorderemo, poi, per la crisi finanziaria ormai conclamata, per il rischio default per l’Italia, per la disoccupazione, il precariato, i licenziamenti e i fallimenti. Lo ricorderemo per l’anno della caduta – definitiva o momentanea, chi può dirlo? – di Berlusconi, che continuerà, in coerenza con la sua assenza di qualsiasi capacità autocritica, a prendere in giro un po’ tutti e soprattutto se stesso. Lo ricorderemo per l’anno di un Grande Presidente, questo sì, Giorgio Napolitano, che ha rappresentato l’unico argine istituzionale e l’unica certezza vera per la stragrande maggioranza degli Italiani. Lo ricorderemo per l’anno dei festeggiamenti dei centocinquant’anni dell’Unità nazionale, per l’anno delle bandiere ai balconi, degli Inni di Mameli, delle parate e delle rievocazioni storiche, di riappropriazione di un’identità collettiva nonostante le urla volgari della Lega.
Avremo, insomma, in tal modo un anno fatto di luci e di ombre, dove le prime in parte ci consentono almeno di vivere con minore ansia le seconde.
In Irpinia, d’altra parte, la cronaca ci consegna una realtà non molto diversa da quella degli anni passati, sebbene con ombre maggiori che si addensano nell’immediato orizzonte. Infatti, la crisi in Irpinia morde da più anni, sebbene oggi tra fabbriche in crisi – l’Irisbus di Val d’Ufita è un emblema di questa crisi -, licenziamenti, famiglie in difficoltà, nuova emigrazione con i giovani che abbandonano la terra di mezzo, e dunque chiusura di ospedali, tribunali, scuole, ci consegni quella che potrebbe apparire come una situazione chiaramente di allarme. Ma non dobbiamo dimenticare che ci sono anche realtà produttive floride, come la SEVES di Nusco, oppure realtà imprenditoriali di successo nell’ambito dell’enogastronomia. Non dobbiamo dimenticare, insomma, che abbiamo una terra ricca di prodotti tipici apprezzati in tutto il mondo, di storia e di bellezza, che aspetta di essere valorizzata.
Detto questo, se ci fermassimo e mettessimo punto, offriremmo un quadro soltanto in parte oggettivo, perché sarebbe frutto di un pessimismo del quale dobbiamo liberarci. Per affrontare in modo adeguato le emergenze del presente dobbiamo riscoprire un nuovo civismo, nel senso che se riuscissimo a considerare i problemi degli altri come problemi di tutti, se riuscissimo a porre al centro del nostro operare il bene comune, se fossimo in grado di non lasciare soli i meno fortunati, di lavorare insieme per la soluzione dei problemi, l’orizzonte si colorerebbe subito di sereno.
Riscoperta dell’impegno civile dovrebbe essere la formula vincente e ricorrente del 2012, nella convinzione che oggi più che mai, come ci insegna Giorgio Napolitano, per essere cittadini bisogna porre al centro il bene comune e intrecciare il destino di ognuno con quello di tutti. L’essere “cittadini civili”, l’essere cittadini impegnati, lavorare con e per gli altri, considerare l’Irpinia e l’Italia il bene comune da tutelare, sul posto di lavoro, per strada, in ogni occasione, dovrebbe essere il credo collettivo, che ci consentirebbe di superare qualsiasi prova.
C’è un gruppo di persone, ci sono anzi migliaia di persone che in Irpinia già lo fanno: alludo ai volontari in tutte le Associazioni culturali e di vario tipo, alludo a chi svolge ogni giorno il suo civismo quotidiano. Ma questi da soli possono poco, c’è bisogno di un costume e di un modo di agire comune, di un costume di vita, di un modus vivendi rinnovato, che ponga da parte arrivismi, egoismi, narcisismi, e che consideri il proprio vivere un servizio per sé e per gli altri.
Tante volte, del resto, abbiamo parlato di una nuova realtà, che sta prendendo quota, quella delle “Sentinelle dell’Irpinia”, che ha invitato tutti gli Irpini a riprendere in mano il proprio impegno civile, e ad iscriversi all’associazione, semplicemente contattando il sito web della stessa.
Il messaggio nella bottiglia che ci inviano è questo, e credo che sia il migliore, che abbiamo, per iniziare l’anno nuovo e per dare speranza ad una terra stanca di parole e assetata di verità:

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